Come i figli diventano imprenditori. Il racconto di SAPIN

Jordan Mozzanica racconta come è avvenuto il passaggio generazionale in SAPIN SpA

 

C’è un momento preciso in cui smetti di essere “il figlio di” e inizi a diventare imprenditore. Non accade con una firma davanti al notaio, né con un cambio di carica nel CdA. Accade quando capisci che le decisioni, da quel giorno in poi, pesano anche sulle tue spalle.

È da questa consapevolezza che nasce la rubrica ideata da Jordan Mozzanica, “Come i figli diventano imprenditori”: uno spazio di confronto tra seconde e terze generazioni d’impresa, dove si parla senza filtri di gavetta, dubbi, conflitti, lutti, crescita e visione.

In questa intervista, i cugini di 2° generazione, Giacomo e Francesco Chevallard, della ditta SAPIN SpA, leader di produzioni tubature per l’antincendio, raccontano il loro percorso dentro l’azienda di famiglia. Due storie diverse, un filo rosso comune: partire dal basso per meritarsi il ruolo.

 

 

Gli inizi

 

Giacomo entra in azienda nel 2009, nel pieno della crisi finanziaria. Laureato in economia, non viene messo in ufficio ma in produzione. Gavetta vera: tubo da tagliare, magazzino, logistica.
“Si voleva partire dalla produzione per acquisire tutte le competenze. Conoscere l’impresa sul serio.”

Non è un dettaglio. È una scelta culturale. Perché entrare dall’alto significa non comprendere la fatica. E senza fatica non nasce rispetto.
Dopo due anni, però, arriva l’insoddisfazione. Giacomo sente di non stare esprimendo tutto il suo potenziale. Va dal padre a dirglielo. La risposta è una lezione che ancora oggi ricorda nitidamente: viene portato davanti a uno scaffale incompleto.
“Vedi? Non hai ancora finito il tuo lavoro.”

All’epoca lo fa arrabbiare. Oggi lo considera uno spartiacque: finché non chiudi bene ciò che ti è stato affidato, non puoi lamentarti. Prima si completa, poi si cresce.
L’approdo in amministrazione, il ruolo per cui aveva studiato, non è romantico. “Uno shock”. L’università racconta un’idea, l’azienda è un’altra cosa. Nel 2015, con il pensionamento della contabile storica, arriva la prima vera responsabilità. Ed è lì che inizia la maturazione.
Ci sono momenti in cui non si sente pronto. Il confronto con il padre e lo zio resta ingombrante. “Li vedo ancora a livelli irraggiungibili.” Ma la sfida quotidiana è proprio questa: non lasciare indietro i problemi.
Il passaggio generazionale non è lineare. La morte del padre segna uno shock, un’accelerazione forzata. Eppure, nel tempo, arrivano anche i segnali di riconoscimento: la festa dei 50 anni dell’azienda, le decisioni prese insieme al cugino guardando al futuro.

Oggi Giacomo parla di intelligenza artificiale, nuovi gestionali, strumenti per intercettare opportunità. Ma soprattutto parla di giovani. E qui emerge un tema cruciale: i ragazzi vanno accompagnati.
“Devono sentire il legame tra il lavoro fisico che fanno e il bene comune. Se non vedono il senso, fanno fatica.”

 

Dalla scopa al CdA

 

Francesco inizia ancora prima. Ufficialmente nel 2004, ufficiosamente a 14 anni. Le prime settimane? Con la scopa in mano a pulire lo stabilimento.
“Era un percorso sano. Dovevi farti tutta la gavetta.”
Non voleva essere “quello caduto dall’alto”. E quella credibilità costruita nel tempo diventa un capitale silenzioso.
Anche per lui il passaggio generazionale è segnato da eventi forti: la morte dello zio, poi la trasformazione societaria da Srl a Spa, il pensionamento del padre. Ogni passaggio porta responsabilità crescenti.
Ma quando si smette davvero di sentirla come l’azienda di papà?
“È stato graduale. All’inizio le loro figure erano ingombranti. Ti lasciavano parlare, ma non sempre prendevano in considerazione le tue idee.”
Poi arriva la fiducia. Progetti affidati, decisioni condivise, errori concessi. Ed è lì che nasce la leadership.
Francesco racconta il cambiamento con una formula che colpisce: “mentalità Amazon”. Risposte immediate, consegne domani, zero attesa. Il mondo corre più veloce. E l’imprenditore vive nel dubbio permanente.
«”È uno dei pochi ruoli dove non avrai mai la certezza che la scelta che stai facendo sia giusta. Lo scopri solo mesi o anni dopo.”
Per questo stanno lavorando su un piano quinquennale. Visione lunga. Struttura meno piramidale. Più coinvolgimento dei collaboratori – non “dipendenti”.
Il confronto con i giovani è una sfida continua. Francesco ha un figlio sedicenne: per lui l’intelligenza artificiale non è innovazione, è normalità. E questo costringe a ripensare tutto.
“Il cambio di passo è forzato. Bisogna essere tra i primi a farlo.”
Collaborazioni con scuole, open day, welfare aziendale, percorsi formativi. Per attrarre talenti oggi non basta il posto fisso: serve qualità della vita e senso.
Il filo rosso: integrazione, non conflitto.
Nelle parole di entrambi emerge un principio che Jordan Mozzanica mette al centro della sua rubrica: le nuove generazioni non vengono a superare le precedenti. Vengono a integrarle.

Il conflitto è fisiologico. Il dubbio è strutturale. La fatica è inevitabile. Ma il passaggio generazionale non è una sostituzione: è una sovrapposizione che, se gestita bene, rafforza l’impresa.
“Da figli a imprenditori” non racconta storie perfette. Racconta percorsi veri. Con errori, lutti, scelte difficili e conquiste lente.

Perché diventare imprenditori, in fondo, non è ereditare un ruolo. È meritarselo ogni giorno.

Data pubblicazione: 27/02/2026

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